Questione di Affinity

Oh, oggi mi sento in vena di parlare di un argomento assolutamente tecnico che esula dal tema principale di questo blog ma ha a che fare col mio lavoro: Affinity Photo e Affinity Designer.

Dunque, chiunque faccia il mio lavoro – cioè il grafico – ha quotidianamente a che fare con almeno tre programmi cardine che sono Photoshop, Illustrator ed InDesign.
Per quanto riguarda quest’ultimo al momento non esiste davvero un’alternativa (a meno di non ripiegare su Xpress… ma insomma, preferirei farmi cavare un dente senza anestesia), ma per gli altri due i miei nuovi amici di Serif hanno buttato sul mercato una vera e seria alternativa ad un prezzo imbarazzante (ci arriverò tra poco).

Parliamoci chiaramente: faccio questo lavoro da quasi 20 anni e all’inizio ho lavorato usando Xpress, Photoshop e Freehand che avevano “la grana” di essere di tre aziende diverse, col risultato che non si poteva davvero creare un flusso di lavoro coerente. Dall’avvento, per quel che mi concerne, della CS2 di Adobe invece mi sono costretta – per un banale motivo economico – ad abbandonare Xpress e Freehand in favore di InDesign ed Illustrator. Ora, in questi anni non mi sono mai pentita della scelta, ma da quando Adobe ha adottato la politica dell’abbonamento (che per i tre programmi arriva a 700 euro annui, mica cotica), mi sono girate le balle perché chi come me è un freelance pagato spesso in visibilità è un costo davvero notevole. Per non dire insostenibile.

Mi sono quindi imbattuta in alcuni programmi con licenza GNU come Gimp o Inkscape, ma mi è scattato il malessere. Non sono mai riuscita a venirne a capo o a lavorarci sul serio… finché non ho provato Affinity Photo ed Affinity Designer (di seguito AP e AD), che con soli 55€ cadauno una tantum (CINQUANTACINQUE EURO, roba che non Adobe non ci paghi manco un mese di abbonamento) mi hanno dato una nuova speranza ed una nuova prospettiva.

Iniziamo da AP.
Rispetto al suo concorrente Adobe è davvero competitivo. Funziona egregiamente su tutto quello che io ritengo ormai indispensabile a livello di strumenti (il pennello correttivo e l’InPainting [aka Riempimento in base al contenuto di PS] su tutti perché con l’età si diventa pigri e viziati). L’elaborazione delle immagini in base alle frequenze che in PS risulta ancora un po’ macchinosa e che richiede più di un passaggio, in AP si fa con un clic. L’uso delle maschere è snello e molto pratico anche partendo da tracciato; le selezioni sono molto precise ed è stato introdotto un sistema di selezione dinamico che è la versione evoluta del filtro Estrai di PS che non esiste più (e non ho mai capito perché sia stato tolto, maledetti). Anche i livelli Smart Object di PS sono superati: non c’è più la necessità di “trasformare” un livello per poter applicare un filtro in modo non distruttivo, ma esistono direttamente i livelli Live che permettono – utide udite – di poter applicare le opzioni di fusione classiche dei livelli raster/vettoriali anche ai filtri e di poterli gestire singolarmente: tradotto, significa che ad una foto posso applicare un livello live di sfocatura Gaussiana che solo lei viene applicata con un metodo di fusione indipendente. Roba da farsi venire una reazione esotermica nelle mutande.
Mancano un po’ di quei bei filtri photoshopposi tanto cari ai centri-stampa-foto-in-1-ora tipo l’effetto carboncino… ma obbiettivamente non ne sento la mancanza. Si sopravvive lo stesso anche senza. L’unica cosa che manca davvero, per ora, è il filtro Fuoco Prospettico, ma si può ovviare in altro modo. Manca anche tutta la parte 3D, ma personalmente non l’ho mai neanche toccata coi guanti, quindi…
Concludendo: i 55 € molto molto ben spesi.

Passiamo invece a AD.
Questo AD mi garba parecchio: sull’elaborazione dei tracciati secondo me dà davvero del filo da torcere ad Illustrator, ma la cosa che mi ha fatto gridare al miracolo è il superamento – alleluja alleluja – delle maschere di ritaglio. Mai più millemila livelli a culo, basta semplicemente nidificare ciò che vogliamo stia all’interno dell’area che ci interessa al livello superiore. Roba che PS lo fa e AI no e io mi sono sempre chiesta perché… evidentemente non sono stata l’unica e ci hanno pensato quelli di Serif (del tipo: bastava pensarci).
L’altra cosa che mi ha fatto venire i capelli dritti è la gestione delle trasparenze fatta come quella dei gradienti: ragazzi, ma di cosa stiamo parlando? Amore a prima vista.
Veniamo alle note un po’ dolenti di questo programma, ma anche qui credo sia solo questione di tempo:
1) ricalco dinamico: manca. Eh sì, come scritto sopra, con l’età si diventa pigri e viziati e il ricaldo dinamico è proprio una gran comodità a cui si fa fatica a rinunciare. Come avere una nuova cucina superaccessoriata e non avere la lavastovoglie. Peccato.
Per certe cose posso ovviare disegnando sulla ISlate e poi esportando direttamente l’EPS, ma per altri lavori non posso bypassare il problema così (tipo quando ti mandano un logovettoriale.jpg e ti tocca ricostruirlo da zero…);
2) il filtro 3D: tanto non lo uso in PS, tanto mi capita di usarlo in AI. Intendiamoci, per fare un mockup è comodo davvero, tra l’estrusione, la rotazione e la rivoluzione si tirano fuori risultati interessanti con poco sbattimento. Ma dove non arriva AD arriva Blender (che oltretutto è gratis) e quindi poco male.
Nel complesso molto oltre le aspettative.

Quindi il bilancio dei due programmi è assolutamente positivo, almeno rispetto ai progetti che seguo io. Nell’attesa – trepidante – che esca la beta di Affinity Publisher che dovrebbe scalzare InDesign, mi sentirei di consigliare ad Adobe una bella scorta di PreparazioneH. Ne avranno bisogno.

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Senza governo

Diciamo che è una situazione trasversale: non mi riferisco qui a ciò che sta accadendo (o non accedendo) a Roma – di cui francamente non mi curo causa nichilismo riguardo alla politica – ma, prevedibilmente, a me stessa.

Ieri è stata una di quelle giornate da abbruttimento compulsivo con tanto di relative scelte sbagliate conseguenti, ma ho deciso di reagire in fretta, che tanto a stare a bagno nell’autocommiserazione avanti non si va. Così, data l’ovvia mancanza di tempo che non mi ha permesso di studiare un piano di reazione che abbia un senso, ho optato per una navigazione a vista, cercando di sposare la teoria “fake it until you make it” tanto cara ai networkers (poveri illusi anche peggio di me).

Stamattina quindi mi sono arrampicata sui dei notevolissimi tacchi e mi sono tirata a lustro con tanto di trucco e parrucco anche solo per portare il nano a scuola: non avrò una carriera figa, ma cazzo, figa lo sarò comunque.

Non ho una direzione, non ho un governo, sono una macchina in folle lungo una discesa e alla guida non c’è nessuno… ma lo farò con stile. Quindi oggi andrò a ricomprarmi il necessario per la manicure (perché il gel monofasico che ho in casa è vecchio di 3 anni e dubito persino che possa riuscire a stenderlo) e stasera occuperò il mio tempo a riportare le mie mani ad avere delle sembianze umane e non da casalinga disperata.

In fondo da qualche parte devo pur iniziare e in questo momento un punto vale l’altro.

Mal-essere

Sono settimane, MESI, che non scrivo sul blog.

In questo periodo è successo che non è successo nulla. Il vuoto cosmico, colmato, ovviamente, solo dal cibo. Fatto sta che ho messo su una discreta quantità di peso di cui non vado per nulla fiera ma che al momento sto cercando di smaltire per l’ennesima volta. Ma non è il cibo il mio problema, ora.

Oggi è una giornataccia, dove, manco a dirlo, “mancava solo che piovesse” (semi cit.) e infatti piove.


Il mio lavoro prima o poi mi ucciderà. Tanto per cambiare ho avuto la millemilesima telefonata in cui mi è stato detto “grazie, ma no grazie”, aka “l’azienda ha optato per un profilo junior, da formare”.

Sono esausta, davvero. Troppi anni a farmi illusioni puntualmente disattese.
Se sei junior, ti vogliono senior.
Se sei senior, era meglio fossi junior.
Nel dubbio, comunque, meglio uomo.
Ut solet.

Quindi sto di merda, nonostante mi fossi detta e ripetuta più volte che la probabilità che mi richiamassero rasentava la fantascienza, che non avrei dovuto farmi film (che puntualmente mi sono fatta con tanto di teaser, trailer, sequel e pure qualche spin off).
Che a guardarmi da fuori, uno potrebbe giustamente obbiettare che mi sto lamentando di gamba sana, che ho una vita invidiabile e che dovrei solo starmene zitta e che i problemi sono altri: ho un marito stupendo, un bambino meraviglioso, una famiglia fantastica, una casa favolosa e vivo pure in un bel posto.

Eppure.

Eppure andatelo a dire al mio cuore in pezzi che dovrei fare i salti di gioia, perché lui evidentemente non lo sa e io ci sto di merda lo stesso.
Perché mi sento di nuovo come se avessi sprecato la mia vita dietro ad un sogno irrealizzabile, aggrappata ad un mestiere che non fa che deludermi e in cui sono intrappolata perché “il bel posto” in cui vivo è a “Fanculandia” nella provincia più profonda che c’è e una come me è vendibile come il ghiaccio al Polo Nord.

Le uniche cose di cui ho voglia adesso sono:
1) bere
2) fumare
3) sfondarmi di cibo spazzatura
4) fare queste tre cose contemporaneamente

Ciao, neh.

 

Learn to fly

Fare pace con se stessi è una delle cose più difficili.
Quand’ero ragazzina fumavo di nascosto ed ero letteralmente terrorizzata all’idea che i miei mi potessero beccare ed ero convinta che crescendo, quando finalmente me ne fossi andata di casa – fosse stato anche solo all’università – mi sarei sentita finalmente libera di fare quello che volevo. Ho capito presto che mi sbagliavo di grosso: sono rimansta angosciata sulla questione anche a trent’anni quando mi hanno beccato sul serio. Che uno dice: ma sei cretina? Vivevi fuori di casa da anni, eri adulta, sposata… perché diavolo facevi sparire la sigaretta al volo al solo pensiero che quella personcina alta un cm all’orizzonte potesse essere uno dei tuoi genitori? Buon Dio, donna, cresci! E invece no, quando mi hanno beccata mi sono sentita come se avessi 13 anni e ho continuato a nascondermi anche quando la cosa era ormai chiara. Aver smesso di fumare, tra i tanti aspetti positivi, mi ha anche tolto un problemino di ansia. Olè!

Io che mi esalto con poco

Come per il fumo, così per il peso. Vorrei poter vivere con serenità le mie scelte, invece non ci riesco: mi sento letteralmente assediata da persone che ammantate di buone intenzioni – cioè le peggiori – si impicciano. Vorrei potermi sedere a tavola e non vedere gli altri fare l’autopsia di quello che ho nel piatto; vorrei non sentirmi gli occhi addosso ogni volta che rifiuto di mangiare il panettone o il gorgonzola; vorrei non dovermi giustificare sempre; vorrei non dover mentire sempre. La scusa della gastrire inizia a scricchiolare perché ormai ho imparato a tenerla sotto controllo e quindi tutti si aspettano che io non rinunci più a niente – quando il fatto che sto di nuovo bene dipende esattamente dall’opposto, cioè dal fatto che rinuncio a quasi tutto. Non ho più scuse, ho solo la verità e la verità è che non mangio schifezze perché non voglio farlo. Perché io e solo io conosco la sofferenza che mi è costata essere grassa per anni; io e solo io so quanto sangue ho dovuto sputare per essere quello che sono adesso; io e solo io so quanta fatica mi costi mantere certi risultati. E no, non voglio la dannata pizza. Non voglio le lasagne, non le voglio poi dover soffrire una settimana di carb craving perché “una fettina che vuoi che sia”. Sono una cicciona dentro, sono una tossica e lo sarò per sempre: un pezzettino solo e mi si scatena l’inferno e non voglio più dover soffrire così. Lasciatemi stare con la mia schiscetta di insalata e tonno al naturale. Soffro meno, garantito.


E poi parliamoci chiaro: io adoro essere magrissima. Lo adoro. LO ADORO. Quindi ho deciso di non mentire più e che i miei detrattori vadano a farsi friggere.

“I’m looking to the sky to save me
Looking for a sign of life
Looking for something help me burn out bright”

Pensieri stanchi

Sono stata assente dal blog per qualche settimana.
Problemi di salute, principalmente, ma anche uno tsunami di lavoro che non mi ha lasciato nemmeno il tempo di una doccia – figuriamoci quello per seguire un blog.
La cosa positiva, in tutto ciò, è stato che ho limato un po’ di zavorra dal corpo e sono di nuovo finalmente sotto la soglia mistica dei 50 kg tondi. D’altronde stiamo andando verso le feste di Natale e tra feste comandate e compleanni in pratica mi tocca vivere con le gambe sotto al tavolo dalla metà di Ottobre fino a Febbraio. Non è facile mentenere il controllo ed evitare di ingrassare a dismisura.

La gastrite in questo mi ha aiutata perché non digerendo praticamente niente mangiavo di conseguenza, ma adesso sta guarendo e mi rendo conto di reggere sempre di più e sempre meglio quasi tutto. Sabato sera avevo a cena parte della famiglia e visto che tengo in modo maniacale alle cene che organizzo (curo ogni singolo dettaglio, dalla mise en place al menù) mi sono dedicata anima e corpo alla cucina preparando le lasagne (ragù, besciamella e pasta fresca tutto fatto rigorosamente in casa da me), arrosto con patate e torta con crema pasticcera al limone (sempre tutto fatto da me). Un bell’aperitivo prima, un bell’ammazza caffè dopo e mi sono sentita come se dentro al mio stomaco si fosse spalancata una voragine.


Da sabato sera sto lottando contro gli avanzi che mi girano per casa (frutta secca, patatine e salatini) e una fame nera che mi morde le caviglie da quando mi sveglio a quando vado a dormire. Lo dico spesso ed è davvero difficile riuscire a far passare quanto sia vero: un ciccione è come un tossico. Non si smette di essere tossici e non si smette di essere ciccioni e basta un attimo di cedimento per sentire quel pensiero farsi strada nella testa; concedersi uno sfizio e sentire la belva mordere ancora e ancora e ancora; cercare di farla tacere e ritrovarsi con in mano un pacco di biscotti finito senza sapere come sia stato possibile; sentirsi in colpa e “da domani riprendo il controllo” e domani è sempre il giorno dopo.
In più la marea del lavoro è improvvisamente rifluita così com’era salita e adesso mi ritrovo ad avere troppo tempo libero da passare girovagando tra la cucina e la dispensa: sto cercando di colmare facendo fitness, ma mi sono strappata la schiena e quindi sono di fatto impossibilitata a fare quasi tutto.

E’ davvero difficile. Sarà più dura la fame o il mio kung fu?

10 ottime ragioni per un sedere piccolo

La mia personalissima top 10 dei motivi per cui avere il sedere piccolo è il massimo.

1) spendi meno per vestirti perché di certi brand ti vanno anche le taglie da bambina: ieri, ad esempio, ho comprato dei jeggings H&M taglia 158/164 e li ho pagati la metà di quelli da donna; vale anche per i capi spalla e se poi come me porti un 37 di piede vale anche per le scarpe!

2) nel saldi trovi sempre la tua taglia, perché la 38/XS non se la caga mai nessuno e poi hai a disposizione anche il reparto bambina in cui sbirciare;

3) nell’armadio ci stanno molti più abiti;

4) spendi meno al supermercato: puoi mangiare qualitativamente meglio permettendoti cibi di qualità ma mangiandone poco spendi comunque meno che a comprare porcherie al discount che ti si piazzerebbero tutte sul fondoschiena;

5) nei parcheggi stretti riesci ad entrare ed ad uscire dall’auto senza sbattere la portiera (tua e altrui) e senza doverti strusciare lungo le fiancate sporche;

6) le cosce non sfregano di loro;

7) nelle riunioni di scuola e di condominio è più facile defilarsi;

8) stai comodo anche sui sedili delle low cost;

9) puoi fare sesso in qualunque posizione ti venga in mente senza paura di spaccare la schiena al tuo partner;

10) sei naturalmente più elegante, dato che non puoi twerkare neanche involontariamente e non sembri un ippopotamo spiaggiato. Parliamo “dell’eleganza” di gente chiappona come Kim Kardashian e Nicki Minaj, per esempio. Per me anche no. Mi vergognerei a morte se avessi un triplo culo come quello! Altro che vantarmene!!!

Volpi, uva e ossa su cui sbavare.

Come ad ogni settimana della moda, anche quest’anno si solleva di nuovo la questione delle modelle troppo magre. Così a qualcuno è venuta l’ideona del secolo: basta taglie 36 in passerella! Roba da 92 minuti di applausi.

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Il perché è presto detto: io, che sono alta 1,65, porto una 38. Una trentotto. Io me medesima. Una fanciulla che sfila a Milano è certamente più alta 1,70 e indossando una 38 fa comunque un bell’effetto grissino per una questione di proporzioni, quindi tutta ‘sta rivoluzione io non la vedo. Se poi aggiungiamo che secondo me hanno solo cambiato i cartellini agli abiti come hanno fatto con le soglie della glicemia (che il giorno prima non eri diabetico e il giorno dopo invece sì perché hanno abbassato la soglia a tavolino)… però bisognerebbe vederci della malafede e io tutta ‘sta malafede scelgo di non volerla vedere.

Tutta questa cosa delle modelle troppo magre è decisamente sfuggita di mano: prima di tutto perché se una 15enne è anoressica non è per colpa della moda. L’anoressia è una malattia seria e non si cura a schiaffi come invece bisognerebbe fare con quelle che “fanno le anoressiche”, quelle che su instagram postano meme motivazionali sul thinspo e foto di modelle “modello” ma in realtà sono alte 1,50, pesano 65 Kg e mangiano 3 biscotti al giorno per una settimana e poi svengono e tutti a berciare dell’anoressia (che ripeto, è un’altra cosa). Un po’ come se giocassero ad amputarsi un arto perché fa cool: calci nel “cool“, a ‘ste rincoglionite. Calci. Nel. COOL. Per esempio…

proana
WTF?

L’altra ragione per cui si è perso il senso del ridicolo, è che i fesciondesainer© hanno una di visione distopica della realtà, per cui gli abiti per cadere bene non devono trovare particolari curve (o peggio, rotoli) ma molti di loro di fatto non sanno disegnarli. Del tipo: “cazzo, sta male persino al manichino”.

skinny
‘a sfugliatella, presto!!!

Un problema serio di modellistica, per cui si cuciono abiti che assomiglino il più possibile ai bozzetti, se non fosse che i bozzetti hanno proporzioni impossibili che per poterle mantenere impone che l’abito possa essere messo solo su un appendino o su una modella gravemente malnutrita (e starle comunque malissimo). Non se ne rendono conto perché sono troppo impegnati a sentirsi dei veri maître à penser, dei guru, e invece di modificare – o reimparare – a disegnare gli abiti per delle forme umane, per quanto snelle e asciutte, forzano le modelle a diventare con proporzioni impossibili. Addio sartorialità: non è più l’abito cucito sulla modella ma la modella incastrata dentro all’abito. Questo sì è grave davvero, perché si cerca di far passare come “moda” ciò che a mio avviso è banale incompetenza professionale.
Prendete Valentino: le modelle non sono mai state grasse ma erano ben lontane quelle di adesso e i suoi abiti sono sempre caduti magnificamente. Ma sa fare il suo mestiere. LUI.

valentino
Un guru vero. Diffidate dalle imitazioni.

Comunque lasciatemi dire che tra una sedicente anoressica (skinny come Angelina Jolie) e una sedicente curvy (grassa come Ashely Graham), prendo la prima. E’ come dicono certe volpi che non arrivano all’uva “le ossa datele ai cani”: infatti quando entra una magra come me gli uomini sbavano.

Eccome se sbavano.

Il sesso non è un crimine, ma la stupidità dovrebbe esserlo.

Tiene tristermente banco, in questi giorni, il fattaccio di Firenze (qui articolo La Stampa) che posso riassumere in sintesi: due ragazze americane accusano di stupro due Carabinieri. Prendo spunto da questa vicenda per fare una riflessione che ritengo importante, ma non ne entrerò nel merito specifico (come per tutti i fatti di cronaca nera non voglio ergermi a giudice di nessuno perché non conosco tutti i dettagli e poi io sono una garantista convinta: si è innocenti fino a sentenza definitiva e non dopo un talk in tv, a prescindere dal crimine).

Apro una parentesi: odio “il garantismo a due velocità”. Siccome gli accusati sono Carabinieri allora sono tutti pronti a dire “aspettiamo l’esito delle indagini” e a lanciare accuse neanche tanto velate alle presunte vittime. Se per lo stesso crimine fossero stati accusati due stranieri apriti cielo! Mandrie di razzisti belanti davanti alle porte della Questura a chiederne la testa. Insomma: odio gli incoerenti e gli opportunisti. Questo vorrei fosse chiaro. Chiusa parentesi.

La mia riflessione è sulle presunte vittime, ma faccio un passo oltre e generalizzo su tutte quelle ragazze che denunciano una violenza a seguito di una serata brava (o di un contesto simile). Lo so che quello che sto per dire mi attirerà le ire di molti: lo stupro è un crimine orribile, deprecabile e per me andrebbe punito con 30 anni di carcere senza condizionale, ma ESISTE. Esiste come esistono le armi da fuoco, la gente che guida ubriaca, le droge tagliate male, i serial killer, i terroristi, gli psicolabili di ogni sorta, lo zucchero bianco e il glutammato monosodico. Siamo seri: non viviamo nel favoloso mondo dei My Little Pony. Mediamente là fuori brancolano orde di personaggi che vanno dal poco raccomandabile al letale e dobbiamo farci i conti, volenti o nolenti.

Il problema della sicurezza nelle nostre strade è un tema caldo – caldissimo – e soprattutto chi abita nei grandi centri non si sente certo a proprio agio a camminare di notte (e qualche volta anche di giorno) perché ha il fondatissimo timore di essere aggredito, soprattutto se è una donna. In questo frangente è chiaro che se me ne sto tornando a casa dal lavoro da sola e vengo aggredita e trascinata in un anfratto ho tutto il diritto e il dovere di denunciare e di indignarmi per non essere stata protetta. Limpido, cristallino e inoppugnabile.

La questione per me cambia un po’ nel momento in cui decido scientemente di andare in posti a rischio, di mettermi in condizione di non essere lucida assumendo alcool e droghe in quantità e di farlo vestita specificatamente in modo da attirare l’attenzione. Perché diciamolo: nessuna si mette una minigonna inguinale e dei tacchi 15 per passare inosservata, lo fa per farsi notare e agganciare la fauna maschile presente. Minigonna, alcool e discoteca presi da soli non sono un problema, ma insieme possono essere un mix esplosivo. Andare per locali a caccia lo chiamo pescare pesci in barile: pratica lecita e assolutamente divertente ma assai pericolosa e qui ritorno al titolo del post. Il sesso non è un crimine, ma la stupidità dovrebbe esserlo: tu non puoi giocare a fare la pornostar dei poveri, tirarti a merda di alcool che oltretutto ti azzera le inibizioni, farlo salire a dei livelli stellari a qualcuno che magari nemmeno conosci, portarti questo qualcuno a casa o in macchina e poi sul più bello “ah, no, ho cambiato idea”. O meglio, TU PUOI ed è un tuo sacrosanto diritto, ma dovresti essere abbastanza intelligente e furba da sapere ancora prima di uscire di casa che 9 volte su 10 potresti trovare il bravo ragazzo che se lo rimette nei pantaloni e va a casa sua a tirarsi una pippa tacciandoti, al massimo, di essere una figa di legno; ma la decima potresti trovare quello più strafatto di te o semplicemente uno dell’orda di delinquenti di cui sopra (cioè uno che se fossi arrivata fino in fondo sarebbe finito derubricato il giorno dopo come “incontro occasionale chissàcomecazzosichiamava” ma che in caso di rifiuto si prenderà comunque quello che gli hai largamente promesso). Più in piccolo non è diverso dal postare foto sexy on line e poi lamentarsi dei morti di figa che commentano: cosa pensavate? Di interessare solo i critici d’arte e fini poeti?!  Direi che il cercare di mettersi dalla parte della ragione potremmo definirlo istinto di autoconservazione, lo stesso per cui non si cammina sui cornicioni, non si attraversa l’autostrada a piedi e non si nuota con gli squali reggendo un quarto di bue sanguinolento.

Con questo non voglio dire che dovremmo andare in giro vestite da suore e il sabato sera giocare a canasta in bocciofila. Assolutamente no, anzi: io sono una che si veste in modo molto più che appariscente, che ha ribattezzato una parte dell’armadio come quella del “mignottone da battaglia” e che a pescare pesci in barile si diverte sempre un bel po’; per me non esiste un solo dannato motivo per il quale dovrei sacrificare quello che la Natura mi ha dato di serie perché altrimenti rischierei di essere considerata meno intelligente o seria. Io sono così intelligente e seria, invece, da sapere di essere seduta su una miniera d’oro e non me ne faccio certo un cruccio. Non solo: siccome le frecce al nostro arco (femminile) sono paragonabili a bombe tattiche se paragonate a quelle dei signori uomini (siamo mediamente più attraenti, fatevene una ragione), non vedo proprio perché non dovrei usarle per scopo ludico, ma allo stesso tempo sono consapevole dei rischi potenziali e cerco di portarli al minimo permettendomi certi atteggiamenti solo in contesti adeguati, con persone di cui posso mediamente prevedere le reazioni, mai da sola ma sempre in compagnia di qualcuno di fiducia che possa fare da sicura e mantenendo il controllo della situazione. So che grandi privilegi richiedono grandi responsabilità e che bisogna usare sempre prima il cervello e poi la vagina. Se non sei lucida vieni meno alla tua responsabilità principale che è badare a te stessa e non sarà colpa della minigonna ma della tua stupidità.

Nella nostra società manca l’educazione sessuale, quella seria.

Chiudo con una provocazione: perché se mi ammazzo con la moto ai 200 km/h sulla provinciale siamo tutti d’accordo che me la sono andata a cercare e se invece mi ubriaco, porto uno sconosciuto a casa e questo mi salta addosso non è vero altrettanto?

Odio il lunedì, ma anche il resto della settimana.

Certi giorni la fatica mi taglia le gambe e inizio a pensare che gli obiettivi che mi sono imposta siano troppo difficili, che richiedano troppe risorse fisiche e mentali, che in fondo siano obiettivi stupidi e che potrei continuare a vivere altrimenti, che non è certo un dramma essere in un modo piuttosto che in un altro o poter fare certe cose piuttosto di altre. Che alla fin fine agli altri non frega un cazzo che il mio kung-fu sia forte oppure no: anzi, probabilmente sarebbero più interessati a vedermi cadere piuttosto che a vedermi vincere perché i miei risultati potrebbero fare da cartina al tornasole della loro stessa incapacità. Che se davvero lo facessi per l’approvazione altrui allora potrei semplicemente starmene seduta sul mio culo e incolpare la crisi, la politica, le ossa grandi e il metabolismo lento e ricevere la mia assoluzione pubblica per i miei fallimenti. Che se non getto il cuore oltre all’ostacolo non è per codardia ma per prudenza e la prudenza è una gran qualità. Ho delle responsabilità, io.

Il cibo e il lavoro sono la mia croce e la mia delizia. La mia colpa e la mia redenzione. Sono il modo in cui dimostro a qualcuno il mio amore e a me stessa di non amarmi affatto. Sono la mia trappola e la mia fuga. Inesorabili come il tempo, imprescindibili come l’aria, letali come il veleno. Come in un rapporto perverso in cui sai di amare qualcuno che prima o poi ti ucciderà ma non riesci a lasciarlo, così il cibo, così il lavoro. Un vortice costante di frustrazione e ansia, stati di estatica esaltazione e abissi di cupa inevitabilità.

La bilancia e il commercialista, nessuno dei due che mi dica qualcosa che possa lenire le mie pene e anche quando lo fanno l’altissimo prezzo che ho pagato per avere quella stilla di soddisfazione me lo porto stampato in faccia, nelle ombre sotto agli occhi, nei capelli che restano sulla spazzola, nel sonno che non mi ristora.

Qualche giorno fa ho scritto circa l’esternalizzazione delle responsabilità (qui): ci sono giorni come questo in cui vorrei solo mandare tutto al diavolo, sedermi in un angolo a sfondarmi di cibo spazzatura condito da lacrime e incolpare tutto e tutti. Formattare il PC e cambiare universo professionale. Ci ho già anche provato, più di una volta. Ma alla fine sono sempre qui nella mia esistenza sospesa fra il frigorifero e la stampante, a contare le calorie e i soldi (entrambi sempre meno) e sono stanca di lottare. Lotto da una vita e ne ho le scatole piene e le tasche vuote e non è giusto.

Non è giusto.

Questi non sono i 100 mt piani, questa è una maratona e io continuerò a stringere i denti. Ma da domani. Oggi fatemi esternalizzare.

Musicopatica terminale

Ho sempre amato la musica e non posso farne a meno.
Ovviamente, avendo io un grande nido di calabroni al posto del cervello, ho una playlist per ogni momento e un momento per ogni playlist, quindi vi racconto un pezzettino di me con la “oggi ne ho per tutti”.

  • Metallica – Ain’t my bitch
  • Guano Apes – You can’t stop me
  • Staind – Price to play
  • Limp Bizkit – Eat you alive
  • Cherri Bomb – Shake the ground
  • Lunatic Calm – Leave you far behind
  • Rammstein – Mein teil (in realtà avrei potuto metterne una a caso, le amo tutte)
  • Linkin’ Park – One step closer
  • Marilyn Manson – Wrapped in plastic

Buon ascolto!